Lc 1, 51-53 : Basta essere povero per essere innalzato da Dio?

Lc 1, 51-53 : Basta essere povero per essere innalzato da Dio?

"Il renverse les puissants de leur trône, il élève les humbles"

(Lc 1, 52)

 

Basta essere povero per essere alzato da Dio? L'autore risponde a questa paragonando il Magnificat all'inno ai Filippesini e  locando il Magnificat nella continuità del racconto dell'Annunciazione.

 

L’inno ai Filippesini ha qualche parole comune con il Magnificat, ne chiarisce il senso...

«5 Abbiate in voi lo stesso sentimento che già è stato in Cristo Gesù, 6 il quale, essendo in forma di Dio, non considerò qualcosa a cui aggrapparsi tenacemente l'essere uguale a Dio, 7 ma svuotò se stesso, prendendo la forma di servo, divenendo simile agli uomini; 8 e, trovato nell'esteriore simile ad un uomo, abbassò se stesso, divenendo ubbidiente fino alla morte e alla morte di croce.

9 Perciò anche Dio lo ha sovranamente innalzato e gli ha dato un nome che è al di sopra di ogni nome, 10 affinché nel nome di Gesù si pieghi ogni ginocchio delle creature (o cose) celesti, terrestri e sotterranee, 11 e ogni lingua confessi che Gesù Cristo è il Signore, alla gloria di Dio Padre. »

(Fil 2,5-11)

 

Cristo e Maria sono elevati da Dio :
"Sia Maria, serva del Signore, sia Gesù Cristo, che ha assunto la forma di servo, sono fatti oggetto dell'esaltazione portata a termine da Dio. "Il Potente mi ha fatto cose grandi" (Lc 1,49) La conseguenza dell'intervento divino sia su Maria che su Cristo è un riconoscimento da parte di terzi della loro inedita situazione gloriosa. A riguardo di Maria, a partire da Elisabetta, inizia un processo di "beatificazione", che si prolungherà lungo l'intera storia umana. Nella stessa linea, anche se ben superiore sia per estensione che per qualità, è la proclamazione cosmica della signoria di Gesù Cristo : "nel nome di Gesù si pieghi ogni ginocchio delle creature (o cose) celesti, terrestri e sotterranee, e ogni lingua confessi che Gesù Cristo è il Signore, alla gloria di Dio Padre." (Fil 2,5-11).

Rimane chiara, comunque, la subordinazione di Maria a Gesù Cristo: mentre al servo Gesù Cristo viene universalmente riconosciuta la dignità divina (cf Fil 2,11), che aveva da sempre la grandezza di Maria rimane quella di essere serva del Signore (cf Lc 1,38.48). A Gesù Cristo sarà attribuito il titolo di Kurios (Fil 2,11), con cui nei LXX era tradizionalmente chiamato JHWH stesso. A Maria spetta il titolo di "madre del Signore" (Lc 1,43), che specifica quello di "serva" nel senso della maternità divina e che esprime, di conseguenza, tutta la relatività di Maria rispetto al Figlio."  

Cristo e Maria sono volontariamente serve :
"Se per Gesù Cristo la "piccolezza" costituisce l'esito della dinamica kenotica, per Maria è il punto di partenza.


In Gesù, l'appropriazione della condizione di servo coincide, in negativo, con una non considerazione della propria uguaglianza con Dio e dei privilegi connessi a questo possesso prezioso (cf Fil 2,6). In positivo, diventare servo coincide per lui nel diventare obbediente (Fil 2,8).
Come Cristo, anche Maria, che di per sé non "è" serva del Signore, "si fa" tale (cf Lc 1,38b). Pure per lei, questo asservimento comporta una volontaria rinuncia di sé, per far diventare la parola di Dio unico criterio di scelta

"Ecco la serva del Signore; mi sia fatto secondo la tua parola.»

(Lc 1,38)


È sufficiente essere dei "piccoli"  per venire "esaltati"

e da lui "ricolmati di beni"?


"Ha rovesciato i potenti dai loro troni ed ha innalzato gli umili
ha ricolmato di beni gli affamati e ha rimandato i ricchi a mani vuote."

(Lc 1,52-53)


Il paragone con l'inno ai Filippesi chiarifica il paradosso :

L'innalzamento di Gesù Cristo ad opera di Dio non avviene semplicemente a motivo dell'umiliazione di Gesù Cristo, bensì a causa della sua scelta libera e consapevole di assumere la condizione di servo (cf. Fil 2,7).

Nella stessa linea, nel Magnificat, la categoria dei "superbi" è messa in antitesi con l'insieme di "quelli che temono" Dio : "la sua misericordia si estende di generazione in generazione verso coloro che lo temono" (Lc 1,50)


Il legame tra Annunciazione e Magnificat va nella stessa direzione

In effetti, Lc 1,38 mostra che diventare serva del Signore significa per Maria desiderare che la parola di Dio, annunciata dall'angelo, si realizzi nella sua vita.

In senso stretto, la condizione di possibilità dell'intervento divino in Maria non è la piccolezza della sua serva, bensì il fatto che questa piccola sia diventata serva di Dio.

Per attenuare il carattere intrinseco di negatività che segna, dal punto di vista umano, la condizione del servo in quanto tale, notiamo che il servizio, che determina l'essere di Maria (Lc 1, 48) e del popolo d'Israele (Lc1, 54), è un servizio reso "a Dio". Lo dimostrano i pronomi "sua serva" ("doulos autou") (Lc 1,48) e "Israele, suo servo" ("pais autou") (Lc 1,54)" ; e l'antitesi : "E la sua misericordia si estende di generazione in generazione verso coloro che lo temono. Egli ha operato potentemente col suo braccio; ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore." (Lc 1,50-51)

 

Il paradosso è un genere letterario

Il paradosso è un genere letterario che consiste nell'accentuare dei contrasti antitetici nell'ambito della realtà, sottacendo degli aspetti e delle spiegazioni, che costituiscono la chiave interpretativa del paradosso stesso.

Il motivo ultimo sul quale si fonda il paradosso è teologico, dato che è l'agire stesso di Dio ad avere i tratti del mistero, dell'incomprensibile, del trascendente rispetto alla sapienza umana. Da qui, poi, può scaturire l'appello esortativo rivolto ai lettori (o agli ascoltatori) a fondare la propria esistenza cristiana sul mistero ammirato e creduto. Ad esempio, il paradosso di una "morte-per-la-vita" (Fil 2,5-11 ; Eb 5,5-10)

Ma, in seconda istanza, dobbiamo riconoscere che l'utilizzo del paradosso ha anche un certo grado di "pericolosità", perché lascia aperta la possibilità di interpretazioni esegetico-teologiche parziali e, di conseguenza, rasentanti l'eresia. Nell'asserto del nascondimento della condizione divina nella dinamica di assunzione dello stato umano (Fil 2,5-11) è in gioco non soltanto la coerenza interna di un versetto, ma anche la comprensione del nucleo fondamentale della fede cristiana, che è attestato in maniera concorde dal NT nel suo insieme e che l'elaborazione teologica posteriore definirà con il concetto di "unione ipostatica" (= Cristo vero Dio vero uomo, due nature in una persona).

Comunque, al di là delle ambiguità e dei rischi suddetti, dobbiamo ammettere che, sia in Fil 2,5-1 l che in Eb 5,5-10, è proprio la res delle complesse relazioni intercorrenti tra Gesù Cristo e il Padre da un lato e tra Gesù e gli uomini dall'altro che suggerisce come adeguata a se stessa una presentazione paradossale.

 


Fonte :

Franco MANZI, La “forma” obbedienziale del servizio di Gesù Cristo e di Maria. Confronto esegetico-teologico di Fil 2,7 con Lc 1,48 Estratto della Tesi di Laurea, Marianum, Roma 1999. p. 37-61.

 


Sintesi F. Breynaert